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sabato 15 maggio 2010

Nella gara dei baby-calciatori gli sconfitti sono i genitori

GIOVANNI RUGGIERO

Vedre­mo poi chi ha vinto e chi ha per­so nell’in­contro di calcio tra Milan Club e Juventus Club, due squadre di giovanissimi di Parma, di dodici o tredici anni: ragazzini con le spalle strette, forse proprio come quel Nino al quale fu inse­gnato di «non aver paura a sbagliare un calcio di rigore, perché non è da questi parti­colari che si giudica un gio­catore ». Il campionato che disputano con altri coetanei si chiama elegantemente 'Torneo Fair Play'. Si sa co­me possano far sul serio i ra­gazzi quando giocano: un campo vero, regolamentare, di quelli che spezzano il fiato a farli da qui a lì fin sotto la porta avversaria, le scarpette e le magliette originali. Più orgogliosi di tutti quello con il numero 7 di Pato e l’avver­sario con il 10 di Del Piero. A questa bella partita manca­vano soltanto un arbitro vero e un pubblico sincero, cor­retto e leale, quale avrebbero meritato. Sulla tribuna non c’era tifoseria pagante, ma i genitori – le mamme e i padri – e poi gli zii, i nonni e i cugi­ni che incitavano gli uni o gli altri.
Questa festa, all’improvviso, si è trasformata. Qualcosa l’ha avvelenata, tramutando­si in quello che lo sport non dovrebbe essere e che invece propri i grandi ci mostrano ogni domenica: il tifo cieco, offensivo, belluino, che tra­volge l’avversario. Tenta di annientarlo e lo disprezza. È andata così che mamme e papà che forse si conoscono, che magari si frequentano e si ritrovano fuori alla stessa scuola a prendere i figli, se le sono date di santa ragione.
L’arbitro avrà fischiato o for­se non doveva fischiare un ri­gore, e questa tifoseria scal­manata ha iniziato a insul­tarsi e poi a picchiarsi. Una mamma è finita in ospedale.
Questi incontri di calcio – è una moda che sta prendendo piede – si definiscono 'tornei autogestiti e autoarbitrati'. A Parma l’arbitro pare fosse il dirigente di uno dei due club che, probabilmente, ha chiu­so un occhio a favore dei suoi o, almeno, di questo è stato accusato.

Doveva restare una partita tra ragazzi, ma quanto è suc­cesso diventa paradigma di una esasperazione, di un malessere che avvelena an­che un società ristretta che proprio a ragione di questa piccolezza dovrebbe consen­tire di coltivare rapporti più cordiali e sereni. L’arbitro in questa partita non è sempli­cemente chi stabilisce se c’è stato oppure no un fallo, ma l’espressione di un’autorità, alla quale i ragazzi, finché fanno tutto sul serio, dovreb­bero sottostare, esattamente come vi sono soggetti i cal­ciatori professionisti.
Un giocatore si giudica dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Francesco De Gregori non sbagliava. E il pubblico? Il pubblico che in questo caso non sta in tribuna a fischiare o ad applaudire, ma resta ciascuno padre e madre, nonno e zio dei ragazzini che sgambettano in campo, che cosa ha insegnato? Una lezione terribile: che lo sport è guerra, che è mors tua vita mea , che l’importante è solo vincere e che la partecipazione è finalizzata solo al successo. Proprio come intendono lo sport le tifoserie più becere, quelle che la domenica trasformano gli stadi in campi di battaglia e riducono ogni gara a un’avvilente tristezza. Solo i ragazzi in campo, mentre le mamme si picchiavano, si sono stretti la mano e hanno vinto tutti. Ognuno di loro si farà, nonostante i grandi, e quest’altro anno – magari – giocherà con la maglia numero sette
DA AVVENIRE 15 MAGGIO 2010

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